MACCHIA
02.11.2017

 

 

9 ottobre 2017: le mie mani non sono state toccate dal sangue, eppure appena apro gli occhi le vedo macchiate. Mi alzo dopo il sonno ristoratore della notte del giorno dopo e, corsa allo specchio, riflessa mi vedo pulita: ho la pelle candida a partire dal collo passando per lo sterno, la pancia, il mio sesso fino ai piedi. Una linea diritta. Solo le labbra pulsano e bruciano. Mentre nell’aria regna il silenzio, l’odore di sangue persiste nel cortile interno di Casa Morra su cui si affaccia la finestra della stanza di Francesca dove adesso mi trovo. Una leggera pioggia sta lentamente aiutando a mondarlo ma la fase di pulizia è alternata da momenti di acre odore di ristagno dei litri di sangue versati. Cinquanta, mi era stato detto. Continuo a guardarmi le mani e a toccarmi con la lingua la gengiva. Mi domando se sarò perseguitata da queste macchie come Macbeth fino alla fine dei suoi giorni.

10 ottobre 2017: scrivo da un’altra finestra che si affaccia su una piazza dominata dal verde. Non mi trovo più fisicamente a Napoli, ma la mia mente… Domenica scorsa, in occasione della grande apertura de “I Giganti dell’Arte del Teatro”, Hermann Nitsch ha dato vita alla sua 152esima Azione del Teatro delle Orge e dei Misteri nel cuore di Casa Morra, isola di gioia per l’Arte e per la vita, culla di conoscenza e condivisione di ricche menti e anime che la abitano protette dalla guida illuminante di Giuseppe Morra. Si è trattato di un’azione teoretica e dimostrativa, cominciata alle 17; ha avuto la durata di un’ora e mezza, sempre sotto lo sguardo vigile del suo sacerdote regista.

Com’è possibile orchestrare un’opera d’arte totale senza che nessun elemento sfugga alla perfezione della costruzione iniziale? So che l’ordine cronologico è garanzia di comprensibile trasmissione di informazioni ma mi perdonerete se, soprattutto nel resoconto di questa esperienza, utilizzerò la scrittura come terapia.

5 ottobre 2017: dalla mia parte.
Hai paura?”, mi domanda Nitsch a bruciapelo dopo che il suo assistente Joseph spegne il video di documentazione di una sua maestosa performance precedente.
No”, rispondo sicura, mentre scopro le mie gambe tremare in modo impercettibile a causa di profonde scosse frutto di un terremoto interiore. Questo non è il sentimento giusto per etichettare ciò che provo. Non ho paura del sangue che dall’alto toccherà la mia bocca fino ad arrivare a terra, né della fisicità di intestini, cervella e tentacoli o del suono rituale di questo sacrificio. Sono preoccupata di come reagirà il mio corpo a tutto questo sentire.

«82. La VOLUTTÀ dell’eccesso, della percezione orgiastica eccessiva, ci trascina in uno stato in cui il dolore e il piacere supremo sono intimamente mescolati, lo stato della morte e della vita pare manifestarsi in noi contemporaneamente, tra la vita e la morte non appare alcuna differenza. La vita e la morte agiscono come due situazioni separate soltanto nella vita quotidiana, a causa della maniera della percezione umana. L’eccesso dell’esperire mistico dell’essere, l’esperire dell’eccesso fondamentale arriva in prossimità della verità dell’essere infinito. La nascita, la procreazione, la morte, la morte sulla croce e la risurrezione vengono vissute simultaneamente. In noi si trovano l’angoscia e la voluttà dell’assassino e la paura di morire della vittima. Noi siamo gli assassini e gli uccisi, ci identifichiamo con il dolore felice e furioso del ritrovamento intenso dell’essere con le forze di trasformazione dell’essere, che allo stesso tempo provocano sempre costruzione e distruzione e ancora una volta costruzione. Cadiamo nell’abisso delle tenebre e in un abisso di luce. allo stesso tempo soffriamo attraverso i mondi della morte, della crudeltà e attraversiamo sfrecciando mondi di esperienze di felicità della luce incommensurabilmente chiare di un biancore raggiante e accecante. Alla carne cruda, umida e sanguinolenta, dilaniata dall’eccesso dionisiaco, si oppone il gusto di frutta, il mattino della risurrezione. Il duplice abisso della luce e delle tenebre è l’ESSERE». So questo. Conosco la teoria della ritualità, la storia della sua arte e le origini della sua totalità. Ho riflettuto già su dichiarazioni e intenti. Ho guardato da lontano, con la cintura di sicurezza sempre ben allacciata. Sono consapevole di quello a cui vado incontro. Quando mi chiedono se me la sento di essere una sua attrice passiva, io con consapevole incoscienza accetto.

6 ottobre 2017: mai avevo toccato con mano.
«Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l’andare innanzi» (“Macbeth”, atto III, scena IV).

7 ottobre 2017: l’attesa tutto fa crescere, salire, aumentare.
Il tempo insieme diventa un figlio che muove i primi passi e impara a cadere e a rialzarsi. Il tempo insieme è d’oro. Irene mi rivela che agli attivi è stato raccomandatodi prendersi cura dei passivi: devono accudirci perché non avremo occhi né possibilità di autonome azioni, perché non esisteremmo senza di loro e, anche se in potenza potremmo fare, saremo passivi e tali dovremo restare. Lei, insieme a Elisa, il giorno dopo mi salverà: le loro mani strette nelle mie.
Quante volte mi sono dovuta fidare dell’occhio dell’altro e affidargli il mio corpo totalmente? Questa sarebbe stata la mia prima resa incondizionata.
Leggo gli appunti. Le prove vengono fatte per creare una comunità, una koinè, per condividere quel momento di vita tragica; affinché, forte della sua unità, essa sia il medium di una sicura catarsi collettiva. Perché tu spettatore non sarai bendato e vedrai in ordine temporale e di pathos crescente l’Aktion prendere vita secondo il volere del suo creatore; invece io avrò gli occhi forzatamente chiusi sotto una garza bianca.15 attori attivi circa, 4 passivi. Nessun nome proprio. 1 enorme tela per la pittura dal vivo, 6 tavoli, 2 portantine, 3 croci di cui 2 saranno le mie. L’uomo si offre come sacrificio. «Le mie azioni penetrano il vitale. Esse vogliono essere dove non c’è nulla. Cerco l’essere vivo, che risiede profondamente nel tragico, dove distruzione e costituzione si compenetrano. Cerco l’intensità. Cerco la vita» (Hermann Nitsch).

Le parole in lingua tedesca mi scivolano addosso e mi domando se siamo solo pezzi di carne umana. Ma io sono passiva, non devo pensare.
Per me è importante essere qui.
Mentre gli ordini si tramutano in fischi, provano a portarmi sotto la nuova croce costruita su misura. È diversa dalla prima che mi permette di tenere aperte le braccia legate strette al legno da due resistenti lacci. Posiziono il mio osso sacro, scendo con la schiena, alzo le mani al cielo e trovo una piccola superficie per sostenermi, stringo i palmi delle mani come mai prima d’ora, appoggio i piedi e comunico che sono pronta perché mi alzino: bianca offerta al cielo. Stretching cross: l’immagine dovrebbe essere per l’occhio esterno purissima. Perdo tutti i riferimenti: semplicemente non mi rendo conto di dove mi trovo ed è per questo che non mi trovo né vulnerabile né in pericolo. Non riesco a frenare le mute lacrime che mi sgorgano e bagnano la garza. È una reazione istintiva del mio corpo crocifisso. Per la prima volta. Portano un giovane uomo sotto di me, gli attori attivi mi parlano, so da loro cosa sta succedendo. Sacrificio perpetuo. Domani ci saranno il sangue, l’acqua calda e la colla, intanto i miei umori sono freddi. Spostano l’uomo, tirano su la mia croce: sono almeno in cinque, quattro per lato e una mano amica che, su mia preghiera, spinge il mio ventre al legno accompagnandomi così alla fine della prova. Quando mi sbendano, tutti i presenti si rendono conto che forse ho avuto paura.

8 ottobre 2017: il coro di questa tragedia urbana è composto da sette elementi, sei fiati e una tastiera, posizionati all’estrema destra della skenè dietro al Poeta che, seduto, è pronto all’azione; davanti al pubblico, che si fa strada timido nella corte, giace una maestosa natura morta costretta in un brillante accelerato deperimento.
Una schiera di angeli bianchi è pronta allo svolgersi degli episodi: controlla, agisce, risolve, segue puntuale i comandi di Joseph e del figlio di Nitsch. Quattro corpi devono solo aspettare. All’estrema sinistra giacciono le croci e le barelle. Il pavimento è ancora pulito ma presente si fa nell’aria l’odore di cinquanta litri di sangue. Mi sono completamente dimenticata del profumo di rose.

Dopo il prologo di Nitsch, la 152esima Azione ha inizio. Dopo la pittura, l’attenzione si sposta sui tavoli, sul sangue versato su pesci ai quali con un colpo di mano viene aperto a metà lo scheletro, sulle interiora mischiate alle uova, ai frutti… E poi arriva sul mio volto la benda della Sorte.

Un fischio.
Sono anch’io un pezzo di carne, un intestino di bue, un cervello di pecora, un insieme di tentacoli di un polpo.
Sono anch’io il sangue di maiale che scorre dalla mia gengiva fino a nutrire la terra.
Respiro a fatica perché la purificazione è intrisa di puzza.
Sono anch’io puzza, il vomito che ti sta risalendo l’esofago mentre assisti alla mia crocifissione.
Io sono la mia croce.
Sono bendata e sono senza nome come i maiali senza nome di cui sto bevendo il sangue. Mentre lui fischia, io tremo. Il vento non è mai clemente con i condannati, Adamo ed Eva, i sacrificati.
Mi portano su una croce per espiare le tue colpe. Culto urbano. Sarebbero anche le mie. Ma tu eri pronto a tutto questo?
Chiudi la bocca e apri gli occhi. Guardami.

Ho la testa divisa a metà: sono concentrata sul momento presente, ascolto il concerto grave dei fiati, percepisco i segnali che le figure intorno a me si scambiano usando le note, mentre mi chiedo “Cosa avverrà ancora?”.
Ecco la mia parodo commatica: a parlare non è la mia bocca intrisa come un’arteria recisa, ma è il mio corpo.

Coraggio, incoscienza e passione: questo è stato ciò che mi sono augurata oggi.

Mi portano sulla croce fuori dalla scena e, una volta appoggiata a terra, mi sento soggetta di nuovo alla mia condizione umana: vengo investita da un freddo tanto impossibile che nemmeno il calore degli altri corpi accanto a me riesce davvero a saziarmi.

Un fischio.
Alterno il piede destro al sinistro, mentre sul pavimento sangue e pittura fanno da guado, e mentre per mano le mie quattro mani di riferimento mi sostengono. Si rischia di scivolare su queste pozzanghere ematiche.
Un fischio.
Arrivo alla stretching cross e mi posiziono con attenzione massima.
Il legno è ruvido, il legno è casa.
Quando mi alzano, il ritornello “Blood, water, slime” ricomincia: a parole nella bocca di chi mi porge il liquido, sotto forma di elemento nella mia. Tutto è “nel sangue”: i geni, gli errori, i talenti, l’ereditarietà, il tradimento, la pazienza… La sede dell’anima.
Un fischio.
Realizziamo ciò che abbiamo provato senza elementi il giorno precedente. Ma ora è anche il mio sangue a scendere sulla portantina su cui giace il giovane uomo. Questa volta però non ho versato nemmeno una lacrima. Questa volta qualcosa ho ingerito, forse anche la mia paura.

No”: rifiuto di farmi togliere la benda prima di rientrare. Resto passiva fino alla fine mentre tutti corrono, in compagnia di Dioniso e Ares, presi dalla follia, verso il grande banchetto sopra il corpo della giovane donna, mia compagna passiva, e intrisi di estasi e sangue sfamano col loro agire i profondi significati dell’arte di Nitsch.

Senza data, giorno, mese, anno: fermarsi alla pelle delle cose è più facile, vero Reverie? Mi sono chiesta rileggendo il testo. Dire che hai tremato, che hai pianto, che l’odore del sangue è fetore… tutte reazioni immaginabili e scontate. Anche se tutto questo è ciò che realmente è successo, appare pur sempre come una macchia visibile in superficie, le cui cause scatenanti non sono state portate alla luce. Ancora.

Così ho analizzato la mia malattia. Qual è il significato profondo dell’affermazione “per me è importante essere qui”?

Sbendo le mie parole.
Un pezzo di carne, un acino d’uva, un uovo, il mio corpo: la stessa cosa. Mi sono sentita annientata. La ritualità ha lacerato la mia mente senza permettermi alcuna possibilità di pensiero: questa è la ragione profonda per cui all’inizio non riuscivo a palesare la mia testimonianza. Il dolore diventa anche questo uno strumento per capire di esistere così come la paura e tutto ciò che fisicamente ne consegue. A volte la sofferenza del corpo però tutto inebria e ogni percezione della mente mette a tacere.

Ho vissuto sulla mia pelle come il Teatro delle Orge e dei Misteri riporti i partecipanti in uno stato primitivo e di istinti primordiali, che se inascoltati possono divorarti. Ero cosciente che non sarebbe potuto accadermi assolutamente nulla ma, una volta entrata nel meccanismo totalizzante, ho perso qualsiasi piena lucidità.

Sentivo sulle spalle di noi attori tutto il peso del Teatro di Nitsch che con questa rappresentazione era necessario “tramandare”. Desideravo dimostrare a me stessa che ancora una volta sarei riuscita a immergermi in una nuova forma di contaminazione e uscirne: pulita essenza. Per alcuni il mio candore potrebbe essere collocato agli antipodi dell’arte di Nitsch. E ringrazio profondamente il Poeta dell’Azionismo Viennese per avermi dato la possibilità di attraversare questa collettiva resurrezione che ha dato modo alla mia Purezza di manifestare il suo attaccamento alla vita.

Forse non ero scesa inizialmente in profondità poiché non volevo rivelare a me stessa che, anche se questa nuova esperienza estrema si è conclusa, non ne sono realmente uscita.
Questa è la macchia.

Macchia, Reverie, 8 ottobre 2017, a seguito della 152esima Aktion di Hermann Nitsch, Casa Morra, Napoli
Reverie, Macchia, Casa Morra, Napoli, 8 ottobre 2017

Un ringraziamento speciale a Giuseppe Morra, Teresa Carnevale e a Paola Marino; alla famiglia di Casa Morra e ai ragazzi che hanno fatto parte dell’Aktion: Andrea, Chiara, Cinzia, Daniel, Elena, Elisa, Francesca, Giulio, Giuseppe, Jan, Julia, Irene, Lucrezia, Noemi.

Infine un grazie devoto e sincero a Hermann Nitsch e alla sua famiglia.

Hermann Nitsch, 152.aktion, 2017, Casa Morra, Napoli
Foto di Amedeo Benestante
Courtesy Fondazione Morra