“Amare non mi sazia” è la mia mostra personale realizzata insieme e presso la C+N GALLERY CANEPANERI di Milano, inaugurata il 17 settembre 2026 e accompagnata dal testo critico di Milovan Farronato.
Prima di lasciarvi al meraviglioso e disturbante testo critico, aggiungo il link dell’intervista in cui ho sviscerato e rivelato come nasce questo progetto, il legame col libro “Poesia malata”, e la performance, “Mangiata viva”, e ho raccontato che cosa significa davvero oggi parlare di salute mentale non solo nell’arte e ricominciare a vivere sporcandosi nel mondo: intervista di Exibart .
“Io Confesso”
di Milovan Farronato
Io confesso di avere fame.
Io confesso di avere mentito.
Io confesso di aver desiderato l’amore come si desidera una dipendenza, una ricaduta, un corpo da consumare o da cui essere consumati. Confesso di avere trasformato il dolore in linguaggio, il linguaggio in immagine, l’immagine in reliquia. Ma ogni confessione contiene inevitabilmente una porzione di finzione, una deformazione necessaria, un’oscillazione continua tra esposizione e maschera. “L’autobiografia non è altro che arte e menzogna”, scriveva un’autrice femminista ripresa anni dopo da Liliana Moro in una sua celebre opera al neon, ricordandoci come ogni tentativo di raccontarsi finisca necessariamente per produrre una costruzione narrativa, un dispositivo ambiguo, un teatro della verità. Anche il lavoro di Reverie nasce da questo territorio instabile. Non da un semplice bisogno testimoniale o terapeutico, ma dal desiderio di trasformare un’esperienza estrema in una grammatica emotiva e materiale capace di eccedere il dato biografico. La mostra Amare non mi sazia prende forma infatti parallelamente alla scrittura di Poesia malata, raccolta composta durante un periodo di riappropriazione violenta della propria esistenza dopo mesi di depressione, ricoveri psichiatrici, dipendenze da cibo e isolamento. Tuttavia sarebbe riduttivo leggere queste opere come la traduzione illustrativa di un trauma personale. Reverie utilizza piuttosto la propria esperienza come campo di sperimentazione, come laboratorio relazionale e linguistico entro cui osservare i meccanismi della fame, della dipendenza affettiva, dell’insaziabilità contemporanea. Le poesie che accompagnano questo ciclo non funzionano allora come confessioni intime nel senso tradizionale del termine, ma come secrezioni organiche, frammenti compulsivi, ritornelli ossessivi dove stomaco, lingua, pelle, gengive, collo e cuore sembrano acquisire autonomia, diventando soggetti emotivi prima ancora che anatomici. In questo universo il corpo non coincide mai con un’identità stabile, ma appare costantemente smembrato, disseminato, ricostruito attraverso impulsi, desideri, residui, relazioni intermittenti e immagini traumatiche che convivono con ironia, kitsch sentimentale e improvvise aperture liriche. La tragicommedia diventa così non una forma di alleggerimento, ma una precisa strategia di sopravvivenza.
Mi manca essere humus / umida e bagnata / dalle lacrime”: e’ uno dei passaggi in cui Reverie descrive il desiderio non come tensione verso una possibile salvezza, ma come nostalgia di una condizione di dissolvimento, consumo, perdita di forma. È precisamente all’interno di questa ambivalenza che prende corpo Amare non mi sazia, mostra dove il sentimento amoroso viene sottratto a qualsiasi idealizzazione romantica per essere restituito alla sua dimensione più compulsiva, organica e insaziabile. L’amore, qui, non coincide mai con una possibilità di equilibrio. Non cura, non redime, non stabilizza. Produce invece ulteriore fame, ulteriore desiderio, ulteriore dipendenza. Ogni esperienza affettiva sembra aprire un vuoto ancora più grande, trasformando il rapporto con l’altro in una continua oscillazione tra nutrimento e autodistruzione, piacere e collasso, consumo e annientamento. È qui che il lavoro evita consapevolmente qualsiasi retorica terapeutica o vittimistica. Reverie non mette in scena il superamento del trauma, né propone una narrazione lineare di guarigione. Al contrario, ciò che emerge è una convivenza con i propri fantasmi, una gestione quotidiana dell’eccesso, una negoziazione continua con impulsi che riguardano insieme il corpo, il desiderio, il linguaggio e il tempo. La fame di cui parla questa mostra non è infatti soltanto alimentare o sentimentale, ma esistenziale: un bisogno ininterrotto di contatto, esposizione, riconoscimento, fusione, che attraversa indistintamente relazioni, sessualità, scrittura e pratiche artistiche. Per questo Amare non mi sazia non si costruisce come un percorso intimista nel senso tradizionale del termine, ma come una sorta di ecosistema emotivo dove poesia, oggetti, materiali, incontri, messaggi vocali, performance e frammenti autobiografici convivono senza gerarchie precise. Tutto sembra appartenere allo stesso metabolismo compulsivo, allo stesso rito quotidiano attraverso cui l’artista tenta contemporaneamente di sopravvivere al proprio desiderio e di alimentarlo. Anche i riferimenti ricorrenti al cannibalismo, all’essere “mangiata viva” non assumono mai un valore puramente simbolico, ma descrivono una condizione concreta di esposizione radicale al mondo e agli altri, dove amare significa spesso consumarsi.
La mostra si articola in due ambienti distinti. Nel primo, le opere sembrano disporsi come parti separate di uno stesso corpo disseminato nello spazio senza mai ricomporsi del tutto. Una lingua bovina attraversata da spine d’acacia fuse in bronzo verde convive con otto ragni in ceramica ottenuti imprimendo sulla materia apicale la superficie dell’abomaso, lo stomaco digerente del bovino, mentre poco più in là due sedili di utilitaria custodiscono bozzoli di falena appuntati come reperti entomologici. Il bronzo pesante del busto di Gola, culminate in un collare metallico, entra continuamente in attrito con materiali più poveri, quotidiani, quasi marginali: i sedili, un morso da cavallo, una carcassa animale, una superficie organica impressa nella creta. Nulla appare veramente simbolico nel senso tradizionale del termine, perché ogni elemento mantiene sempre qualcosa di estremamente concreto, corporeo, perfino domestico. Eppure, osservando le opere nel loro insieme, emerge progressivamente la sensazione di trovarsi davanti a una creatura nervosa e contemporanea costruita per frammenti, una sorta di Frankenstein emotivo dove organi sostitutivi, presenze animali, protesi sentimentali e oggetti di controllo vengono ricomposti attraverso una tensione quasi elettrica. Lo stomaco diventa pensiero in Primo cervello, la bocca e il linguaggio si irrigidiscono nella violenza trattenuta di Lingua, mentre Gola trasforma il collo — punto respiratorio, erotico e vulnerabile — in un luogo ambiguo di possesso e appartenenza. Anche Memento Mori, cranio di puledra modificato attraverso un morso e una struttura dentale interna, sembra oscillare continuamente tra addomesticamento e desiderio di fuga, mantenendo qualcosa di ferino e insieme profondamente artificiale. I lavori non vengono però mai presentati come reliquie tragiche o monumenti autobiografici. Al contrario, conservano una dimensione quasi instabile, precaria, talvolta persino adolescenziale. Le falene di 15, adagiate sui sedili come involucri sopravvissuti a una metamorfosi di cui non conosciamo davvero l’esito, convivono con l’aspetto quasi combusto dei ragni, con le spine, con il bronzo, con la pelle animale, costruendo un paesaggio dove vulnerabilità, ironia, pulsione e controllo continuano a sfiorarsi reciprocamente. Più che rappresentare un trauma, queste opere sembrano allora tentare di abitarlo, attraversarlo, ricostruirne continuamente il lessico fisico e mentale senza mai pacificarlo davvero.
Nella seconda parte della mostra avviene invece un tentativo più fragile e complesso: quello dell’incontro con l’altro. Non più la ricostruzione impossibile di una propria anatomia emotiva, ma il bisogno di uscire dalla propria pelle, di confrontarsi con un’altra presenza, un’altra voce, un’altra forma di esperienza sentimentale e corporea. Le due opere occupano lo spazio in due distinti ambienti quasi come dispositivi relazionali. Da una parte Luna, lampione anni Settanta modificato dall’artista e trasformato in una presenza insieme urbana e notturna, custodisce al proprio interno sei ore di messaggi vocali inviati nel corso di mesi a uomini incontrati attraverso le dating app. Il lampione — figura tradizionalmente legata all’attesa, alla strada, agli incontri occasionali, alla prostituzione e alla solitudine urbana — continua a emettere una voce incessante, frammentaria, vulnerabile, ironica, che attraversa lo spazio come una lunga confessione. Non ascoltiamo però mai una vera conversazione: sentiamo soltanto Reverie, il suo tentativo continuo di entrare in contatto, sedurre, spiegarsi, raccontarsi, costruire complicità emotive provvisorie. Anche qui la relazione sembra produrre soprattutto un monologo, una trasmissione intermittente che non sappiamo mai davvero se riesca a raggiungere qualcuno. Di fronte, Educazione sentimentale radicalizza ulteriormente questa impossibilità del dialogo. Nel video muto girato all’interno di un hotel a ore nei pressi della stazione di Firenze, Reverie conversa con una sex worker transgender scelta dall’artista come figura esperta di affettività, intimità e costruzione relazionale. Le due donne siedono una accanto all’altra sul letto, gesticolano, si osservano, si spiegano, cercano evidentemente una forma di trasmissione emotiva o pedagogica, ma il suono viene completamente sottratto. Rimangono i corpi, le mani, le posture, i silenzi, il linguaggio fisico di un incontro che appare insieme estremamente vicino e irrimediabilmente distante. Se il lampione continua a parlare senza ottenere risposta, il video mette invece in scena una comunicazione privata da cui la voce è stata rimossa, come se ogni possibilità di relazione dovesse inevitabilmente passare attraverso una forma di mancanza, interruzione o incompletezza. Anche in questa seconda stanza ritorna allora quella tensione quasi elettrica che attraversava le opere precedenti, ma qui il desiderio non si manifesta più soltanto attraverso il corpo animale o l’organicità dei materiali. A entrare in gioco sono piuttosto le infrastrutture contemporanee dell’intimità: dating app, messaggi vocali, hotel di incontri, dispositivi luminosi, trasmissioni continue, identità performate e relazioni costruite attraverso interfacce tecnologiche che promettono connessione mentre moltiplicano distanza, esposizione e solitudine. Il tentativo di uscire da sé stessi e raggiungere l’altro sembra allora avvenire sempre attraverso mediazioni artificiali, piattaforme, schermi e rituali urbani che trasformano l’esperienza sentimentale in una forma di comunicazione incessante e insieme profondamente incompleta.
E in conclusione il preambolo, perché Amare non mi sazia ha anche una propria captatio benevolentiae, un’introduzione pubblica e performativa pensata dall’artista come parte integrante del progetto. Due giorni prima dell’inaugurazione, lo spettatore è infatti invitato presso lo Yellowsquare di Porta Romana a partecipare a una serata di stand-up comedy dal titolo Mangiata viva costruita da Reverie dopo mesi di lezioni individuali con un insegnante professionista. Sul palco, indossando una cintura di castità realizzata appositamente per l’occasione e trasformando il proprio corpo ancora una volta in dispositivo teatrale e simbolico, l’artista ha portato dentro il linguaggio della comicità elementi che attraversano anche l’intera mostra: relazioni tossiche, dipendenza affettiva, dipendenza da cibo, incontri sulle dating app, ricoveri psichiatrici, desiderio di esposizione e bisogno continuo di essere amata. Ma anche qui la confessione diventa costruzione narrativa, deformazione, timing, seduzione, autoironia. D’altronde, come suggerivano tanto Kafka quanto Dostoevskij, è spesso proprio attraverso la finzione, l’eccesso o la deformazione che una confessione riesce a rivelare qualcosa di autentico. Reverie sembra muoversi costantemente dentro questo territorio ambiguo, dove il trauma viene continuamente rielaborato, teatralizzato, esibito e contemporaneamente sabotato. La stand-up comedy diventa allora un’ulteriore estensione di quel rito quotidiano che attraversa l’intero progetto: non uno spazio terapeutico, ma una forma di sopravvivenza pubblica dove vulnerabilità e spettacolo, ironia e collasso, esposizione e autodifesa continuano a coincidere. Anche per questo Amare non mi sazia conserva fino all’ultimo qualcosa di eccessivo, instabile e profondamente contemporaneo, trasformando il proprio lessico autobiografico in una macchina emotiva capace di oscillare continuamente tra confessione, ironia e teatralità.












